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Dal fondo del vicolo, zampillante d’alghe e stanchezza, un uomo nero, nero come la pece.
Aveva ancora un pezzo di corda legato al polso e un forte odore di nafta nautica addosso.
Si capiva che provenisse dall’isola di Bouvet, per via dello stemma sul mantello: un elmo cornuto.
Era Triponiac de Funebris, il custode del camposanto vichingo di famiglia.
Sempre solo, nel tempo si era legato più a entità fantastiche che a donne vere: una polena norvegese, un’aringa anoressica, una foca monaca con l'alopecia.
Ogni fuga dalla realtà, alla fine, gli costava un pezzo di dignità e una corda nuova.
Nello stesso istante, nel cortile dell’Agenzia funeraria De Funebris si festeggiava il 2 novembre.
Le braci crepitavano, fumavano sinuose sotto il filo steso dei panni in lutto e il pergolato d’edera secca.
Nonna Triplonia, matriarca dall’età ignota, sedeva regale anche se un po’ ingobbita, con le mani in grembo sgranando imprecazioni in greco ortodosso.
Accanto a lei, Triplonio, nipote prediletto e suo unico erede, ascoltava lucidando chiodi da bara.
Igor, il Boia, come sempre immobile, li osservava con la mannaia in mano.
All’improvviso, quella scena festaiola venne interrotta da grida di terrore.
"Help! Aiutatemi, vi prego! Sono giunto fin qui aggrappato alla pinna di una balena!
Avrei potuto morire! Anche se... forse la death sarebbe stato il male minore."
Era l'uomo nero del vicolo, piangeva in scozzese lacrimando sale da cucina.
La nonna non alzò lo sguardo. Non si scompose.
"Igor, recupera il sale. Questo piange, e noi non sprechiamo nulla."
Triplonio squadrò l'intruso con una lentezza che sapeva di diagnosi.
"Heilà! Che hai combinato stavolta, cugino? Hai corretto l’oroscopo all'orca sbagliata?"
Il poveretto, intanto, si era seduto su uno sgabello senza gamba.
Tremava, fissandoli come se loro contenessero tutte le sue risposte.
"Nonna, Igor, Trip... tutto è iniziato con una voce" raccontò.
Un canto femminile, tra onde e ghiacci, sembrava provenire dal fondo del mare.
Parole dolci, che mi facevano sentire speciale. Evocato. Scelto. Desiderato.
“Sei la mia lama a doppio taglio”, diceva. E poi: “Split my heart in two.”
E ancora: “Le nostre anime sono fatte di strazi e strapazzi.”
Disse con un sorriso storto.
A volte aggiungeva: “Love hurts, but I like the pain.”
Oppure sussurrava: “No Wommannn, no cry.”
La voce sosteneva di essere Wirginia Wolf, nata a Pantelleria, di mestiere... prefica.
Io non sapevo chi fosse. Non lo sapeva il gabbiano Bruce, né il delfino Cameron detto Nasocorto, né il pinguino Sam.
Per non sentirci ignoranti, nessuno osava chiedere: troppo dolce il nome, troppo sicuro il pensiero, troppo amare le lacrime.
Troppo tutto.
Mi confessò che aveva avuto molte relazioni nelle vite precedenti. Tutte tragiche.
Che il mio segno zodiacale era il Topo, mentre il suo, il Gatto.
Facevamo parte di un disegno più ampio, che al solo pensiero la faceva vibrare dalla vita in giù.
Igor emise un suono secco, qualcosa tra un grugnito e uno sbuffo.
"Diceva altro?" domandò inquisitoria Nonna Triplonia.
"Per esempio: che se non le scrivevi entro l’alba si spezzava il legame karmico e dovevi ricominciare tutto da capo?"
"Sì, sì..." balbettò, liberandosi di un cetriolo di mare troppo confidente.
Sosteneva che i nostri sensi si erano toccati, intrecciati, accoppiati... nei sogni.
Che mi aveva riconosciuto fin dal mio primo Inventory of gravestones, nel lontano '62.
Ero l'unico che la faceva fremere di desiderio sulla battigia.
"Aliquid vibrabat, id certum est", ridacchiò Triplonio.
Igor abbozzò un rutto gutturale.
"Mi lasciava versi in bottiglie piene di whisky invecchiato. Alcune, mezze vuote, galleggiano ancora."
Oltre ai versi, inseriva piccoli oggetti rituali: un capello intrecciato con un pelo, un granello di pietra pomice, le sue lacrime in salviette usate.
Ma il meglio erano le immagini.
Si disegnava allo specchio con linee morbide e mani esagerate, direttamente su frammenti di capesante sbeccate, inserite - non so bene come - nelle bottiglie vuote.
Non l’avevo mai vista veramente. Mai incontrata.
Ma l’amavo... o quasi.
Più sì che no. Più di oggi, meno di domani.
O forse amavo l’idea di lei, come lei l'idea di me.
Amavamo l'idea di noi stessi che ci amavamo.
La immaginavo ignuda tra onde, spume di metafore e apparenze a coprirle le pudenda.
Pieno di curiosità, speranza e certezza, lasciai sul molo un barattolo di pelati vuoto, con all'interno un messaggio:
“Incontriamoci. Ti aspetto come un paguro aspetta la sua conchiglia, sulla spiaggia durante il plenilunio.”
Lei accettò, lanciandomi un sasso che mi prese proprio qui, sul femore.
Quella notte, sulla battigia argentata, io c’ero. Lei anche.
Mi aspettavo una visione mistica, con due poppe così e un bel didietro degno di un liutaio.
Una roba da spot di profumo: “The essence of seduction meets the tide of destiny.”
Invece, sotto i raggi della luna, c'era una coda enorme piena di squame, un naso da sistemare e capelli corvini che colavano tintura scura tra i flutti.
Era un pesce! Una sardina gigante col naso a patata! Vi rendete conto?
Silenzio. Solo il crepitio e il lento sghignazzo dei presenti.
"Quindi sono scappato. Lei mi ha inseguito strisciando tra scogli e alghe, ancora convinta fossimo due anime unite in una sola lisca."
Il mattino seguente mi sono lanciato sulla prima balena di passaggio, ed eccomi qui, nonna..."
Triplonia sospirò.
"Eh sì, eccoti qui."
"All’ombelico del mondo," disse Triponiac stringendosi nel mantellaccio fradicio.
"Back to base camp. Reboot my soul."
Aveva parlato troppo? Eppure sentiva di non aver detto abbastanza.
"La coda sulla spiaggia e il naso a patata, eh?" ripetè la nonna.
"Sì. Sbatteva quella 'cosa' sulla sabbia come si sbatte una vecchia padella incrostata.
Insomma: No Wirginia, no poetry, no love. Just broken dreams and a tail full of scales."
"Quid autem, tua sententia, voluit?" chiese Triplonio, lucidando una targa d’ossidiana con la manica del cappotto.
"La mia anima, immagino..." pigolò il becchino scozzese bagnato fradicio.
Igor sollevò appena un sopracciglio. Per lui era come gridare: “Si chiama così, adesso?”
"Insipientia lubricans!" esclamò Triplonio, ma si zittì per rispetto del fuoco.
Triponiac li guardò in attesa di una traduzione che non arrivò mai.
"Cosa mi farete adesso? Volete seppellirmi?"
"Te lo meriteresti, sciocco!" disse la nonna.
Poi si alzò, puntò il sacro badile verso il cielo e disse senza enfasi: "Mors tua, poesis mea."
Poi aggiunse, più piano: "Ma solo in senso metaforico."
Ma nessuno ci credette davvero.
Igor fece schioccare le dita.
Svitò il manico della mannaia e tirò fuori un bastoncino rosa dalla forma particolare, liscio, lucido, avvolto da un nastrino viola.
Lo tenne sollevato, osservandolo con aria clinica.
"Cos’è quello?" chiese Triponiac.
"Matrix est. Crystallus tantricus. Un concentrato di pulsione e fraintendimento fisico," rispose Triplonio.
Un silenzio carico di tragedia riempì il cortile. Persino il fuoco sembrò abbassare le fiamme.
"Non è un oggetto. È un concetto metafisico calato nel reale.
È il nome che diamo qui a… certi slittamenti causati da stimoli che scivolano troppo in basso."
Triponiac impallidì. "So… this is the end?"
"Sciocco. Anche tu, come tuo nonno buonanima, hai seguito il Crystallus tantricus, convinto fosse la cometa dell’anima.
Ora anche tu ne subirai le conseguenze."
Igor lasciò cadere il cristallo nel fuoco.
Sfrigolò, rilasciando un odore di carne alla griglia.
Infine fece una fiammata fucsia e sparì.
Triponiac percepì un indolenzimento metaforico tra i femori. "I believe in second chances," mormorò tra sé.
Poi aggiunse: "But not third or fourth."
"Ma adesso sei qui. Libero," concluse la nonna con un ghigno.
"E questo è un buon inizio."
"Benvenuto al camposanto dei disillusi," aggiunse Triplonio.
"Posso restare?"
"Certo," disse la nonna.
"Ma sappi che qui le Muse non entrano.
Soprattutto quelle con la tinta appena fatta e l’aria martire."
Igor annuì, serio. Poi si alzò, prese il badile funerario della nonna e lo piantò accanto al fuoco.
Non come minaccia.
Come avvertimento simbolico.
Il falò riprese a bruciare, tranquillo.
Nel cielo, qualche stella si fece più netta.
Nonna Triplonia si rimise a sedere.
Triplonio tornò a lucidare.
Triponiac, per la prima volta, tacque.
Tradux
-Help! = Aiuto!
-The death sarebbe stato il male minore = La morte sarebbe stata il male minore
-Split my heart in two = Tagliami il cuore in due
-Love hurts, but I like the pain = L’amore fa male, ma mi piace il dolore
-No Wirginia, no cry = Nessuna Virginia, nessun pianto
-Inventory of gravestones = Inventario delle lapidi
-To be or not to be, that is the question = Essere o non essere, questo è il problema
-Follow your bliss = Segui la tua beatitudine
-Because you’re worth it = Perché tu vali
-Find your fishdom = Trova il tuo regno-pesce
-The essence of seduction meets the tide of destiny = L’essenza della seduzione incontra la marea del destino
-Back to base camp. Reboot my soul. = Ritorno alla base. Riavvio la mia anima
-No poetry, no love. Just broken dreams and a tail full of scales = Niente poesia, niente amore. Solo sogni infranti e una coda piena di squame
-So… this is the end? = Quindi... è la fine?
-I believe in second chances. But not third or fourth. = Credo nelle seconde possibilità. Ma non nelle terze o quarte
Latino
-Aliquid vibrabat, id certum est = Qualcosa vibrava, questo è certo
-Quid autem, tua sententia, voluit? = Ma secondo te, cosa voleva?
-Insipientia lubricans! = Stoltezza scivolosa!
-Mors tua, poesis mea = La tua morte, la mia poesia